Cosa significa lavorare in modo biosistemico
La mia formazione in psicoterapia biosistemica mi porta a considerare insieme pensieri, emozioni, corpo e relazioni. In seduta questo significa esplorare non soltanto che cosa è successo, ma anche come lo hai vissuto e in quale contesto.
Per esempio, dopo una discussione potresti pensare «non avrei dovuto dire niente», sentire rabbia e accorgerti di trattenere il respiro. Possiamo soffermarci su questi passaggi: che cosa volevi comunicare, che cosa temevi e come hai cercato di proteggerti. È un esempio di lavoro, non una spiegazione valida per ogni persona.
Non leggo il corpo come un codice da decifrare: una postura o una tensione non dimostrano, da sole, un’emozione o una causa. Il significato si esplora con te. Un disturbo fisico richiede gli approfondimenti medici appropriati; la psicoterapia non sostituisce diagnosi, esami o cure.
Il dialogo resta il punto di partenza
Il racconto di un episodio aiuta a riconoscere bisogni e reazioni che sul momento erano difficili da vedere. Il dialogo permette di collegarli alla tua storia e a ciò che stai vivendo oggi.
Fotografie, consapevolezza corporea, movimento e respirazione possono affiancare il dialogo quando sono utili al percorso. Ogni proposta viene spiegata e condivisa: puoi rifiutarla o interromperla, senza dover raccontare dettagli che non desideri condividere.
Ascolto del corpo: accorgersi di ciò che senti
Mentre racconti una situazione, potrei proporti di notare come appoggi i piedi a terra, se le spalle sono tese o se senti il bisogno di cambiare posizione. Possiamo osservare che cosa accade senza chiederti di correggere subito la sensazione o di trovare una spiegazione.
Se l’attenzione a una sensazione aumenta il disagio, torniamo al dialogo.
Fotografie: partire da un’immagine, non da un’interpretazione
Le tecniche di fototerapia utilizzano fotografie e immagini come strumenti di esplorazione psicologica. Non serve saper fotografare e non si valuta il valore estetico di un’immagine.
Di fronte a una fotografia, le domande possono essere semplici: «Che cosa attira la tua attenzione?», «Che cosa senti guardandola?», «C’è qualcosa che oggi vedi in modo diverso?».
Contano le tue associazioni e i tuoi ricordi, non un significato nascosto da attribuirti. Si può lavorare anche con immagini proposte in seduta, senza portare fotografie private o familiari. L’immagine è uno spunto per il dialogo: da sola non rivela una diagnosi né dimostra come siano andati gli eventi.
Respirazione: osservare senza forzare
Il respiro può cambiare quando siamo in tensione, spaventati o commossi. Se è utile per il percorso, possiamo notare come respiri in quel momento e che cosa accade mentre ne parliamo, senza imporre un ritmo o chiederti di respirare più profondamente a ogni costo.
Se l’attenzione al respiro aumenta l’ansia o il disagio, scegliamo un’altra modalità. Non è un rimedio universale per l’ansia e non sostituisce una valutazione clinica.
Come valutiamo il percorso
Gli obiettivi vengono concordati in relazione alla tua richiesta. Durante il percorso possiamo tornare a domande concrete: che cosa pesa ancora nella quotidianità? Ci sono situazioni che affronti diversamente? Ciò che facciamo ti aiuta a comprendere meglio quello che vivi?
Queste domande servono a valutare la direzione del lavoro e gli eventuali adattamenti, non a promettere risultati o tempi prestabiliti. Quando emergono necessità diverse, consideriamo anche il coinvolgimento di altri professionisti o servizi.
Puoi approfondire la mia formazione oppure leggere cosa aspettarti dal primo colloquio.
Per approfondire
Se vuoi esplorare alcuni dei temi e dei riferimenti del mio lavoro, trovi una selezione di letture dalla mia biblioteca.